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Mare mare mare...

17 giugno 2021

Mare mare mare...

di Costanza Ratti

Mare, mare, mare… l’esclamazione argentina che risuona nell’anima quando un primo scorcio di blu si affaccia tra le case, dopo un lungo e rigido inverno. Tre volte mare per imprimerlo “nelle profondità del corpo, della psiche e dell’anima” (Frigoli, 2019, p. 130), e tre volte mare come cantano Battiato e Carboni in due canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana (Summer on a solitary beach e Mare, mare), dove il mare è invocato come la meta desiderata che trascina, evoca, seduce, calma, inebria…

“Mare mare mare, Voglio annegare, Portami lontano a naufragare, via via via da queste sponde, portami lontano sulle onde…” (Franco Battiato);  “Mare, mare, mare sai che ognuno c'ha il suo mare dentro al cuore, sì; E che ogni tanto gli fa sentire l'onda (…); mare mare mare, poi lo so che torno sempre a naufragare qui”  (Luca Carboni), “Ci vorrebbe un mare, dove naufragare” (Marco Masini), “E cominciarono a pensare Nel loro grande mare, Com'è profondo il mare” (Lucio Dalla).

Spero che queste poche righe evochino melodie care e rimembranze poetiche… Il mare è il luogo per eccellenza in cui il poeta/cantautore naufraga, si lascia andare, s’abbandona, con il duplice significato della dolce distensione dagli affanni e il senso numinoso delle profondità. Del resto l’incertezza sull’etimologia latina sembra rispecchiare la complessità dei significati. Secondo alcuni il latino mare, maris (che ritroviamo nelle lingue neolatine: italiano mare, francese mer, spagnolo, catalano, portoghese mar ecc. e anche nelle lingue celtiche mor slave morje e in tedesco meer) verrebbe dalla radice sanscrita mr- “distruggere, uccidere” e “morte”, “deserto”, (es. Mara la morte personificata, nemico per eccellenza del Budda); da qui l’idea del mare come profondità minacciosa; dall’altro potrebbe derivare da un’altra radice sanscrita, mar- (da cui ad esempio il sanscrito marakata, “smeraldo”, e marici raggio di luce) col significato di luccicare, brillare, rilucere, da cui ad esempio la parola latina marmo e forse anche smeraldo, la cui trasparenza ricorda il colore del mare cristallino.

Dunque: mare… profondità misteriosa, mare…abisso avvolgente che calma e acquieta, mare… acqua che riluce.

Le immagini psichiche evocate dalla distesa scintillante di blu sono molteplici. Eppure come studiosi di ecobiopsicologia, siamo abituati a cercare anche la corporeità del simbolo, a dare sostanza materiale alle intuizioni dell’anima.

Gli studi del fisiologo francese René Quinton alla fine del XIX secolo misero in evidenza una straordinaria corrispondenza tra la composizione del plasma del nostro sangue e quella dell’acqua di mare, aventi una formula minerale quasi identica e una concentrazione analoga. "Siamo un vero e proprio acquario marino vivente”, scriveva, “iI nostro ambiente organico è in osmosi con l’ambiente marino: l’acqua di mare è in sintonia con ogni più piccola parte del nostro corpo. L’essere umano porta dentro di sé una piccola particella di oceano una goccia dell’oceano primordiale che ricopriva la terra e di cui fa parte la vita”. Sebbene non tutte le terapie a base di acqua marina ideate da Quinton siano state validate scientificamente, l’intuizione iniziale rimane interessante e feconda.

In un ambito del tutto diverso, ma a noi familiare, quello della psicoanalisi è stato Sandor Ferenczi a proporre alcune interessanti e audaci riflessioni sul rapporto mare e corpo nel suo libro “Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità” (1924).

Allievo prediletto di Freud e seguace del movimento psicoanalitico fin dalla prima ora, Ferenczi, partendo dalle intuizioni del maestro, seppe esserne non solo originale interprete ma anche creativo innovatore. A lui si devono il concetto di “introiezione”, la comprensione dell’importanza del rapporto precoce madre-bambino nello sviluppo psichico e nella strutturazione della personalità, il focus sul controtranfert del terapeuta e l’idea di “sofferenza tollerabile” in terapia, elementi che oggi, dopo un’accurata revisione e riabilitazione dell’opera, gli valgono l’appellativo di padre della teoria delle relazioni oggettuali e precursore della terapia relazionale intersoggettiva; mentre altre peculiarità del metodo di Ferenczi, come l’uso dell’analogia, il metodo utraquistico ovvero la comparazione tra nozioni tratte dalla biologia e dalla psicologia, l’attenzione al mondo interiore del trauma, lo avvicinano notevolmente all’atteggiamento di ricerca e all’approccio terapeutico della moderna ecobiopsicologia.

Il titolo del libro fornisce già delle indicazioni interessanti: Thalassa, il Mare (titolo) è la chiave per comprendere lo sviluppo della genitalità (sottotitolo). Freud nei suoi rivoluzionari “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905) aveva illustrato come nello sviluppo della sessualità, l’individuo passasse da erotismi parziali delocalizzati in varie aree del corpo (orale, anale, fallica) all’organizzazione genitale caratterizzata da un accentramento in un'unica sede del piacere, meta del processo di maturazione, con l’acquisizione del principio di realtà erotica.

Ferenczi fa un passo oltre e si propone di trovare il movente di tale processo. Partendo dalla constatazione che per il maschio l’atto sessuale, attraverso la coordinazione progressiva tra il desiderio di donare (tendenza uretrale) e quello di conservare (tendenza anale), porta infine all’unione dei gameti nel corpo della donna, Ferenczi afferma che “questa evoluzione (della sessualità nda) comprendente anche il coito, non può avere altro scopo se non un tentativo dell’io, dapprima incerto e poco efficace, poi sempre più definito e infine parzialmente riuscito di tornare all’interno del corpo materno, situazione nella quale la frattura così dolorosa tra l’io e il mondo esterno non esisteva” (1924, p. 35). Non si tratterebbe però di una semplice regressione, ma anche della celebrazione del ritorno all’origine, al thalassa, come premessa per un nuovo inizio. Non mi soffermo per motivi di spazio in questa sede sul parallelo processo per la donna (si vedano pp. 44-48 e 157-173). Basti però sapere che per Ferenczi se la fecondazione riesce, nell’utero della donna si creerà un nuovo thalassa, l’involucro placentare ricco di sostanze nutritive in cui l’embrione potrà crescere[1].

Facendo un parallelismo tra ontogenesi e filogenesi Ferenczi ipotizza, portando anche delle interessanti prove a sostegno, che l’involucro amniotico che racchiude il liquido placentare nel quale cresce l’embrione umano si sia sviluppato filogeneticamente a seguito del passaggio dalla vita acquatica nell’oceano alla vita sulla terra e ne sia la riproposizione in miniatura sul piano ontogenetico (ovvero sia “l’oceano introiettato nel corpo materno”, 1924, p. 90). A sostegno della sua tesi, Ferenczi fa notare che “solo gli animali terrestri sviluppano membrane amniotiche per proteggere l’embrione” mentre gli animali acquatici non sviluppano membrane amniotiche e “la fecondazione e lo sviluppo dell’uovo fecondato avvengono all’esterno del corpo materno, per lo più liberamente nell’acqua” (1924, pp. 82, 83). Dunque gli organismi nel corso del loro adattamento alla vita sulla terra si sarebbero dotati di strutture (perigenetiche), ad esempio la placenta, atte a conservare in piccola misura nel grembo materno l’acqua delle origini, quell’ambiente umido nel quale avviene la fecondazione e la gestazione, e si sarebbe dotata progressivamente di organi genitali capaci di raggiungere quelle stesse acque. Come fa notare F. infatti, il possesso di veri e propri genitali compare negli animali che vivono stabilmente sulla terra (dai rettili in avanti, cfr. 1924, p. 86). In molti anfibi che vivono parzialmente nell’acqua si ha ancora una fecondazione esterna pur con un primo sviluppo di organi genitali[2].

Questa tesi, qui accennata solo per sommi capi, ma ben argomentata dall’autore, porta Ferenczi a delineare il concetto di regressione thalassale per indicare quella tendenza a ristabilire in maniera parziale un’esistenza acquatica nell’utero materno, tendenza che si inscrive in una più ampia disposizione generale degli esseri viventi a riattualizzare lo stadio di sviluppo precedente ma in una nuova guisa, come Freud stava delineando in quegli anni con il concetto di coazione a ripetere e di pulsione di morte come “ritorno all’inorganico” (cfr. 1924, p. 99). Tuttavia poiché Ferenczi negli stessi anni stava collaborando anche con Otto Rank alla definizione del trauma della nascita, egli vide nell’atto sessuale non solo una spinta al ritorno all’acqua uterina ma anche quel misto di tensione, sofferenza, spinta che caratterizza l’angoscia del parto per il bambino e al contempo la sua felice risoluzione con la nascita.

Nel coito dunque per Ferenczi verrebbero a condensarsi, per sovradeterminazione, almeno due tendenze di origine filogenetica e ontogenetica: il ritorno all’utero/mare e l’uscita dall’utero/mare con la nascita (ovvero l’adattamento alla vita sulla terra). La sessualità genitale mimerebbe entrambi i processi in un’alternanza ritmica di espansione e contrazione, principio dinamico di ogni vitalità (cfr. Lowen & Lowen, 1979).

Da queste brevi considerazioni emerge come il mare, così come la sua etimologia, porti in sé molteplici significati disposti tra le due polarità: profondità e brillio, abisso e luce, passato e futuro, fine e inizio…

E come cantano poeti, psicoanalisti e cantanti… Mare, nel quale immergersi per riassaporare le origini, la calma, la quiete, l’immensità; Mare, richiamo profondo di voluttà e desiderio, e ancora, Mare in cui e da cui nascere…

Mi scuso per la brevità di questo approfondimento per il quale non basterebbero pagine di libri ma confido nella creatività e nella ulteriore indagine del lettore e rinvio in questa stessa newsletter all’articolo di Diego Frigoli, appena tradotto dall’inglese, sull’immagine archetipica del suono e della lettera M (a questo link), che apre profonde riflessioni che amplificano e arricchiscono quanto qui accennato.

 

Note

[1] Scrive Ferenczi: “Tale motivazione potrebbe essere costituita proprio dalla tendenza a ristabilire il modo di vita perduto: un ambiente umido che però contiene sostanze nutritive; in altre parole a ristabilire l’esistenza acquatica nell’utero materno, umido e ricco di sostanze nutritive. La madre secondo il simbolismo inverso, della cui utilità abbiamo dovuto prendere atto diverse volte, è dunque in realtà un simbolo e un sostituto parziale dell’oceano e non il contrario”(1924, pp. 87, 88).

[1] Sul piano simbolico a questo proposito può essere interessante ricordare il mito della nascita di Afrodite. Secondo la tradizione riportata da Esiodo, la dea nacque dal seme del membro evirato di Urano mischiato con la spuma del mare (afros), un esempio questo di riproduzione sessuata esterna dove è l’acqua del mare come elemento archetipico a fungere sia da genitale femminile, sia da utero archetipico, da cui nasce la dea arcaica dalla bellezza splendente.

 

Bibliografia

Ferenczi S. (1924), Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993.

Frigoli D. (2011), “L’immagine archetipica del suono: la consonante M”, in Materia Prima Rivista di Psicosomatica Ecobiopsicologica, Numero II, Anno I.

Frigoli D. (2019), I sogni dell’anima e i miti del corpo, Edizioni Magi, Roma.

Lowen A., Lowen L. (1979), Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica. Manuale pratico di esercizi, Astrolabio, Roma.

Quinton R. (1904), La cure d’eau de mer, Jean Claude Secondé, Chariot d’Or, 2011.

 

Canzoni citate

Summer in a solitary Beach (Franco Battiato, 1981)

Mare Mare (Luca Carboni, 1992)

Ci vorrebbe il mare (Marco Masini, 1990)

Come è profondo il mare (Lucio Dalla, 1977)